Foreign Fighters: l’Europa ancora in-difesa

I sanguinosi attentati dello scorso novembre a Parigi hanno drammaticamente portato alla luce molti di quei sospetti che intelligence e forze dell’antiterrorismo europee avevano dettagliato da più di tre anni. Da quando il conflitto civile siriano ha assunto una decisa connotazione di stampo jihadista, si è cominciato a temere molto concretamente per possibili ripercussioni sulla sicurezza europea . Da subito si guarda con particolare attenzione alla guerra in Siria (e, successivamente, anche al conflitto in Iraq) nelle cui file è schierato un numero rilevante e senza precedenti di foreign fighters, quei cittadini, e residenti, in paesi europei che, aggregati a vari gruppi jihadisti, combattono nel teatro siro-iracheno e, in particolar modo, per lo Stato Islamico (IS). Le stime più recenti parlano di non meno di 6.000 foreign fighters europei, un numero che rispetto a quello delle mobilitazioni passate (Afghanistan, Bosnia-Erzegovina o Iraq) non ha nulla a che vedere

A prescindere dall’impatto che tali foreign fighters, e le decine di migliaia di combattenti stranieri provenienti da altre parti del mondo, possano avere sul conflitto in Siria e Iraq, il vero rischio per le autorità europee è sempre stato quello di veder tornare in patria alcuni di questi soggetti, una volta esaurita la loro esperienza diretta sul campo di guerra (più spesso legalmente, dal momento che la maggioranza dei foreign fighters è di cittadinanza europea) e organizzarsi per perpetrare attacchi terroristici.

Le prime avvisaglie di questo fenomeno vengono registrate nel maggio 2014, quando un cittadino francese appena tornato dalla Siria (dove aveva combattuto tra le file dello Stato Islamico) uccise quattro persone nel museo ebraico di Bruxelles. Nei mesi successivi le autorità europee hanno assistito (spesso sventato) a piccoli attacchi compiuti da soggetti reduci dalla Siria o, in altri casi, da soggetti che, anche se privi di un’esperienza diretta di combattimento, si ispiravano all’ideologia jihadista, come a quella dello Stato Islamico. Gli attentati di novembre a Parigi rappresentano qualcosa di nuovo e ben più pericoloso, costituiscono il primo attentato compiuto non più da cani sciolti con tenui legami con la Siria, bensì da network di soggetti dotati di passaporto europeo, ma con strettissimi vincoli operativi con le più alte gerarchie dello Stato Islamico.

Parigi parrebbe rappresentare, dunque, una nuova fase della breve ma intensa storia dello Stato Islamico. Se fino al settembre 2014 il gruppo era intento soprattutto a espandere e solidificare il proprio controllo territoriale nel cuore del mondo arabo, e non pareva avere alcun interesse a colpire l’Occidente, da allora le dinamiche sono cambiate notevolmente con l’intervento occidentale in territorio siriano e iracheno. Da allora lo Stato Islamico ha cominciato ad adottare la strategia usata per decenni dall’organizzazione terrorista di cui è costola e rivale: al-Qaida. Come il gruppo creato da Osama bin Laden, lo Stato Islamico ha cominciato a creare un network di operativi in vari paesi occidentali pronti ad attivarsi e colpire. Sebbene tale ragnatela paia essere di recente creazione, e non estesa come quella di al-Qaida dieci anni fa, vi sono indizi che fanno pensare che dinamiche come quelle di Parigi, in cui network di affiliati dello Stato Islamico possano con estrema facilità entrare e uscire dal territorio europeo e compiere ardite azioni terroristiche, possano ripetersi con triste frequenza nell’immediato futuro.

Questa nuova minaccia pone delle sfide importanti all’antiterrorismo europeo. Alcune riguardano la politica estera, partendo dalla necessità di trovare un ruolo comune e attivo dell’Unione Europea in Siria, Iraq, Libia e altri paesi della regione. Ma l’Europa affronta una sfida ugualmente importante anche dal punto di vista della sicurezza interna. Gli attentati di Parigi hanno mostrato delle falle che non sono proprie solo dell’antiterrorismo francese ma, più in generale, di tutto il sistema-Europa: una condivisione di intelligence tra vari paesi dell’Unione che, per quanto migliore rispetto al passato, risulta essere ancora insufficiente; scarsi controlli alle frontiere esterne che permettono a noti terroristi di entrare e uscire con relativa facilità dall’Unione, in aggiunta a uno scarso, se non inesistente, controllo di sicurezza dei recenti flussi migratori; effettivi delle forze antiterrorismo ridotti in ogni paese, con conseguenti difficoltà nel monitorare gli ampli contingenti di foreign fighters e simpatizzanti dello Stato Islamico.

Alcune soluzioni vanno apportate dai singoli Stati membri. Ma è chiaro che alcune soluzioni a una minaccia sempre più complessa e transnazionale devono essere adottate a livello europeo. A tal riguardo è relativamente incoraggiante la recente creazione in seno all’Europol dello European Counter Terrorism Centre. Il centro, la cui attivazione è attesa per l’1 gennaio 2016, ha come obiettivo quello di rafforzare la condivisione delle informazioni e la cooperazione operativa a livello europeo, dallo stoccaggio di informazioni provenienti da varie banche dati europee (inclusi quelli provenienti dal Pnr, il codice numerico legato a ogni viaggiatore che acquista un biglietto aereo) a misure per una più rapida condivisione di dati tra le intelligence degli Stati membri (ovviando a uno dei principali fattori che facilitarono l’attacco alla capitale francese).

La creazione dello European Counter Terrorism Centre è solo un primo, timido ma necessario, passo verso la creazione di meccanismi più efficienti per il miglioramento della risposta alla minaccia terrorista che l’Europa sta affrontando e, con ogni probabilità, affronterà negli anni a venire. Robuste iniziative in questa direzione sono altamente auspicabili, in quanto un timido approccio a una maggiore integrazione a livello di politiche di anti-terrorismo potrebbe avere ripercussioni drammatiche.

di Lorenzo Vidino e Clarissa Spada. Pubblicato il 22/12/2015 su ISPI