I migranti non ci rubano il lavoro

Che gli immigrati danneggino l’economia del Paese nel quale arrivano è un luogo comune affermatosi non solo per la veemenza con cui alcuni partiti politici ripetono la tesi, ma anche perché si tende a pensare che il mercato del lavoro sia un sistema a somma zero, in cui ci si contende un numero predeterminato e finito di impieghi possibili. È un errore, come ha spiegato Kevin Shih, professore di Economia al Rensselaer Polytechnic Institute di Troy, in un articolo su The Conversation, che è un breve compendio delle principali ricerche sugli effetti dell’immigrazione in una certa area geografica uscite negli ultimi 30 anni.

Il risultato più interessante è riassunto nel grafico qui sopra, tratto da uno studio di Giovanni Peri, docente di Economia all’università della California, pubblicato dall’istituto di ricerca Iza World of Labour: l’istogramma mette in evidenza che su 27 indagini scientifiche, condotte tra il 1982 e il 2013, che analizzano gli effetti dell’immigrazione sullo stipendio degli autoctoni, la maggioranza assegna all’aumento del numero di migranti un’incidenza media che oscilla tra -0,1 e 1: la maggior parte degli studiosi, cioè, ritiene che l’impatto sia prossimo allo zero. Degli effetti ci sono, ma non sono negativi, prosegue Shih, perché ciascun lavoratore aggiusta la propria offerta alla situazione.

Un altro studio – sempre di Peri con Chad Sparber – dimostra che nel lavoro nei campi l’arrivo di nuovi immigrati fisicamente più forti dei nativi spinge questi ultimi a slittare verso impieghi in cui hanno un vantaggio competitivo, come quelli che richiedono maggiori capacità comunicative; quando i nuovi arrivati sono invece altamente qualificati, per esempio nel settore scientifico e matematico, i lavoratori autoctoni non vengono affatto licenziati, ma si spostano verso ruoli più manageriali.

Il punto, quindi, è che in qualunque mercato del lavoro è un errore pensare che «ciascuno gareggia rispetto a un numero finito di posti, per cui più immigrati vuol dire meno opportunità per gli autoctoni». La realtà è molto più complessa. E un migrante «con una buona idea può creare centinaia o migliaia di lavori che altrimenti non esiterebbero», prosegue Shih. Citando l’esempio più noto, l’imprenditore sudafricano Elon Musk.

grafico lavoro migranti

Dal numero di pagina99 in edicola il 24 settembre 2016

Pubblicato il 28 settembre 2016 su Pagina99