La resistenza dei cristiani fra Siria e Iraq

Nasara” è il termine con cui l’Isis chiama i cristiani dell’Iraq e della Siria, ossia “seguaci del Nazareno”. Per questo in molte città occupate dello Stato Islamico sulle case si trova dipinta una “N”, per segnalare la presenza di famiglie fedeli a Gesù Cristo e avere gioco facile nel ricattarle. I cristiani, come sciiti, alawiti, drusi, yazidi, ebrei, sufi, sono, nella logica dei miliziani del Califfato, “takfir”, ossia infedeli, quindi non degni di vivere sulla sacra terra dell’Islam. Per questo sono costretti a convertirsi, oppure a pagare una tassa o, in definitiva, a scappare.

Eppure le comunità cristiane di Iraq e Siria sono fra le più antiche del mondo, si potrebbe dire che siano in quelle terre da sempre. Nel 2003 i cristiani iracheni erano 1,5 milioni, oggi si sono quasi dimezzati e il loro numero continua a diminuire. Un documentario, Noi, cristiani perseguitati dell’Iraq, ad opera di Emanuela del Re, spiega come sia precipitata la situazione negli ultimi anni. Durante il regime di Saddam la convivenza con la maggioranza musulmana aveva trovato un suo equilibrio. Con la caduta del dittatore e l’avvento dei jihadisti molti sono stati costretti a fuggire riparando in massa nel Kurdistan iracheno. Da allora la loro principale missione quotidiana è resistere.

Ad aiutarli in questo ci sono parrocchie che si potrebbero definire di trincea, gestite spesso da sacerdoti in odor di santità. Nel documentario citato, a questo proposito, si racconta il progetto di padre Douglas Al-Bazi. Figura sfaccettata, il parroco di Ebril nella sua vita è scampato a bombe, rapimenti e torture, oltre ad essersi reso protagonista di dichiarazioni discutibili durante un suo intervento al Meeting di Comunione e Liberazione dello scorso anno. Andando oltre la sua vicenda personale, questo prete ha avuto il merito di accogliere negli spazi della sua parrocchia, centinaia di sfollati cristiani. Ha offerto loro un posto dove stare, dei corsi d’istruzione di base e cure sanitarie minime, facilitando la permanenza dei fedeli nella propria terra.

Storie simili si ritrovano in Siria. Fra Ibrahim Alsabagh è il parroco di una chiesa nel quartiere di Azizieh ad Aleppo. Racconta che nella sua città “si muore, la gente diventa ogni giorno più povera e siamo certi che le cose peggioreranno. Ma quello che mi dà speranza è che molti cristiani non vogliono andarsene”. Solo ad Aleppo fino a prima della guerra vivevano 300 mila cristiani, di 10 confessioni diverse, oggi sono solo un terzo. Il territorio in cui sorge la parrocchia è sotto il controllo dell’esercito regolare siriano, ma a breve distanza c’è il fronte di guerra contro i fondamentalisti. L’estate scorsa, in una situazione del genere, fra Ibrahim è riuscito addirittura ad avviare un oratorio estivo coinvolgendo 120 bambini. Per qualche ora al giorno le grida dei giochi riuscivano a coprire il fragore delle bombe.

Pochi chilometri fuori dalla città, sulla strada per Idlib, la resistenza dei cristiani ha preso forme ancora più estreme. Molta gente è tornata a vivere nelle catacombe, le stesse costruite 2 mila anni fa per sfuggire ad altro tipo di persecuzioni. Oggi la paura è soprattutto per le bombe che piovono dal cielo, così loculi e sarcofagi di notte si trasformano in letti e cuccette, mentre di giorno in dispense. C’è anche chi ha portato in quei cunicoli sotterranei le sue capre: offrono latte, carne e anche un minimo di riscaldamento durante l’inverno.

Infine c’è chi ha optato per una resistenza attiva ed ha imbracciato le armi. È il caso del villaggio di Aaliyat a pochi chilometri da Homs, uguale a quello di altre decine di villaggi in Siria e in Iraq. Ad Aaliyat il corpo di difesa è composto da 90 uomini tutti di rito greco-cattolico, e si è formato in conseguenza di minacce esplicite ricevute dalle milizie del Fronte Al-Nusra. Il primo a muoversi è stato il sacerdote, armato anch’esso, è stato lui a prendere contatti con l’esercito di Assad. Con questo è stato raggiunto un accordo per cui i militari dell’ex dittatore forniscono le armi, mentre gli uomini promettono di usarle esclusivamente per la difesa della loro comunità.

Se c’è una funzione che nobilita la religione, questa è quella di proteggere i propri fedeli non dalle altre religioni,con cui è sempre possibile convivere, ma dalla barbarie, che è sempre inaccettabile. Oggi in certe parti del Medio Oriente i cristiani stanno facendo questo, stanno resistendo alla barbarie. Per loro la passione è tornata ad avere connotati biblici e continuano a sostenerne il peso nonostante all’orizzonte non compaia ancora alcuna forma di redenzione.

di Andrea Colasuonno. Pubblicato il 27 maggio 2016 su Odysseo