L’insegnante di italiano L2: questo sconosciuto

L’insegnante di italiano L2, nella maggior parte dei casi, non è parte integrante dell’équipe nella gestione dei servizi rivolti ai richiedenti protezione internazionale.

Neanche il manuale SPRAR ritiene indispensabile tale figura; è indispensabile che i beneficiari seguano il corso di alfabetizzazione per un tot di ore settimanali, ma la figura preposta non è richiesta in équipe.

Chi è l’insegnante di italiano L2? Qual è il ruolo che si trova a ricoprire? Quali le caratteristiche che dovrebbe possedere?

A seconda che ci si trovi a parlare di un CAS o di uno SPRAR, potremmo trovarci dinanzi a posizioni diverse delle figure utilizzate, tuttavia la consuetudine è quella di inviare il beneficiario presso il CPIA (Centro Provinciale di Istruzione per Adulti) territoriale. Il CPIA dovrebbe provvedere a fornire corsi di licenza media per adulti e corsi di lingua italiano L2 per i vari livelli di certificazione che rispettano il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le lingue (A1/A2/B1, ecc ecc per intenderci).

Non posso parlare per tutte le realtà territoriali italiane, però posso affermare che nel Lazio questo sistema non è funzionale, in primis per i lunghi tempi necessari per il conseguimento del titolo di licenza media, non in linea con le guide SPRAR che, salvo proroghe, prevedono tempi di permanenza nello SPRAR pari a 6 mesi. Spesso non garantiscono le ore settimanali richieste dai progetti di accoglienza. Di conseguenza, in molti casi, si riesce a far seguire solo corsi di livello della lingua italiana.

L’altra criticità riguarda la preparazione degli insegnanti; qualsiasi insegnante di ruolo nella scuola media, di qualsiasi materia, può fare richiesta di essere trasferito nel CPIA, senza che abbia particolari abilità per adempiere a tali mansioni. In alcuni casi i CPIA si avvalgono dei fondi PRILS per affiancare questi docenti con altri insegnanti abilitati o mediatori linguistico – culturali, ma questa pratica rimane ancora poco diffusa.

E chi sono gli insegnanti “abilitati” esterni al CPIA? Laureati in determinati classi richieste che hanno sostenuto esami DITALS, DEALS, PRILS e chi più ne ha più ne metta. Ma cosa ti insegnano realmente questi corsi? Tanta linguistica, tanta teoria basata sull’insegnamento a stranieri che volontariamente decidono di apprendere una lingua seconda; contestualmente parliamo di CPIA, università o Istituti di Cultura Italiana all’estero.

Certo, il tirocinio dovrebbe formarti sul lavoro sul campo, ma le competenze richieste sono molte. Il richiedente protezione internazionale può essere inserito in queste teorie linguistiche? Direi di no. Il richiedente non si reca “volontariamente” presso un centro perché vuole prendere il diploma di terza media. Sappiamo bene che spesso la frequentazione della scuola di italiano deve essere inserita come clausola di esclusione dal contratto di accoglienza.

Le motivazioni sono diverse: la frequentazione della scuola forza ad integrarsi in un contesto nel quale, magari, non si è pronti ad entrare perché si stanno ancora superando i traumi del viaggio; in alcuni casi i beneficiari sono analfabeti e non sono mai stati scolarizzati nel paese di origine e questo motivo alza un filtro emotivo molto elevato, poiché si trovano in una società in cui tale condizione è fortemente penalizzante; in altri casi ancora l’obiettivo non è l’Italia, bensì un paese del nord Europa, per cui non ritengono indispensabile sprecare energie per apprendere una lingua che non ritengono necessaria; e così via dicendo.

Contestualizzando le varie situazioni ci si rende facilmente conto che le teorie linguistiche precedentemente nominate aiutano poco l’insegnante a muoversi in un contesto classe tanto eterogeneo.
Un contesto classe che può prevedere persone di etnie in contrasto, uomini e donne, persone molto perspicaci e persone da alfabetizzare, ecc ecc. per cui l’insegnante, oltre ad essere un facilitatore nel percorso di apprendimento autonomo rivolto al beneficiario, dovrebbe anche essere un supervisore, un mediatore culturale e nella prima accoglienza, anche un mediatore linguistico, perché è impossibile approcciarsi a persone appena sbarcate con il solo utilizzo della lingua italiana. In alternativa, dovrebbe essere affiancato da persone con queste qualifiche, ma i fondi non lo permettono e l’insegnante, spesso, si trova a lavorare in condizioni svantaggiose per sé stesso e per i discenti.

L’insegnante è colui che passa più tempo con i beneficiari, in maniera sistematica, e che li vede approcciarsi tra di loro. E’ la persona che parla con loro e che, attraverso l’approccio comunicativo, è testimone delle loro storie, dei loro vissuti. L’insegnante osserva attentamente i beneficiari e si rende conto di chi può avere delle difficoltà oggettive nelle relazioni, nel comportamento. La sua voce dovrebbe essere ascoltata in quanto parte attiva del processo di integrazione del beneficiario.

Eppure è una figura che non è quasi mai presa in considerazione dall’équipe, al limite è richiesta una relazione finale o il registro delle presenze mentre la sua figura è l’unica che il beneficiario riconosca “davvero“.

Nelle sue esperienze di vita non ha mai dovuto parlare delle sue esperienze con un “operatore legale” o un “operatore di accoglienza“; non sa neanche cosa vogliano dire queste parole/figure professionali, lo capirà solo più in là. Le uniche due figure che culturalmente riconosce sono quella del “capo” (il responsabile del progetto, quello che tutta l’équipe nomina costantemente riguardo alle situazioni decisionali) e l’insegnante, la/il maestra/o che a casa era considerato come un educatore, un punto di riferimento saldo, un esempio da seguire (come forse lo vedevamo noi qualche decennio fa).

Ho avuto molte esperienze di ragazzi che avevano frequentato la scuola coranica, nella quale l’insegnante era donna; non discriminano culturalmente la donna insegnante perché lo status stesso della figura è superiore a qualsiasi contestualizzazione culturale.

Sulla figura dell’insegnante di italiano L2 e sulle strategie messe in atto per ottenere dei buoni risultati c’è ancora molto da dire e il confronto delle esperienze personali non può fare altro che aiutarci a crescere professionalmente e personalmente perché anche in questo piccolo frangente dell’integrazione spesso andiamo incontro a fallimenti, o a quelli che crediamo tali.

Concludo con le parole di un mio ex – studente. Un’operatrice lo aveva incalzato perché aveva fatto una cosa solo dopo che glielo avessi detto io (nulla di rilevante nel caso specifico):
Io faccio quello che dice Sabrina perché è la maestra. La mia mamma diceva che quello che dice la maestra è come se lo dice una mamma e si deve sempre ascoltare la mamma.”

di Sabrina Yousfi. Pubblicato 13 aprile 2017 su Meltingpot

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