Migrazioni senza soluzioni

La questione dell’asilo è destinata con ogni probabilità a mantenere una posizione di rilievo nell’agenda europea del 2016. Nell’anno appena trascorso il tema è stato più volte oggetto di discussioni, vertici e proposte a livello comunitario. Ricordiamo l’Agenda europea di maggio, poi il piano Juncker-Merkel di settembre. Ma le resistenze di diversi paesi, i risultati elettorali di altri, infine gli attacchi terroristici di novembre, hanno fornito argomenti apparentemente inesorabili al fronte del No.

Schematizzando, due strategie si fronteggiano: la strategia dell’accoglienza e la strategia del contenimento.

La prima ha dalla sua parte la combinazione tra i diritti umani, solennemente sanciti da convenzioni internazionali e costituzioni democratiche, e la forza incoercibile dei movimenti delle persone in cerca di scampo. Gran parte di loro trovano rifugio in altre regioni dei propri paesi o nei paesi limitrofi: l’86% dei richiedenti asilo rimane nel Sud del mondo, e il loro numero cresce di anno in anno. Ma una minoranza, i più fortunati e spesso i più dotati di risorse di vario tipo, arrivano a bussare alle porte del Nord globale, e in modo particolare dell’Unione europea.

Per qualche momento, soprattutto a settembre dopo la pubblicazione delle foto del piccolo Aylan, è parso che la strategia dell’accoglienza potesse prevalere. La cancelliera Merkel, seguita da altri governi, compresi Stati Uniti, Canada e Australia, ha aperto le porte ai profughi siriani. L’Unione Europea ha annunciato un piano per l’accoglienza e la redistribuzione di 160 mila rifugiati, accettando di accantonare le convenzioni di Dublino e di condividere gli oneri umanitari con i paesi di primo arrivo.

Nell’ultima parte dell’anno però la strategia del contenimento ha ripreso vigore, e sarà essa verosimilmente a dominare la politica europea del 2016. Consideriamone gli aspetti salienti.

Anzitutto, l’Unione europea, Germania in testa, ha sottoscritto un oneroso accordo con la Turchia: aiuti per tre miliardi di euro, eliminazione dei visti per l’area Schengen, accelerazione delle trattative per l’ingresso nell’UE, in cambio di un rinnovato impegno turco per il trattenimento dei profughi entro i propri confini. Anche a costo di sponsorizzare di fatto il discusso governo Erdoğan e di subire le critiche di Amnesty International per il trattamento che la Turchia ha iniziato a riservare ai profughi.

In secondo luogo, in Europa stanno ricomparendo i muri, fisici e simbolici. Una tecnica antichissima, che da secoli cerca di separare noi e gli altri. L’Ungheria di Orban ha fatto scuola, altri paesi dell’Europa orientale l’hanno seguita. La Polonia e la Slovenia hanno votato sostanzialmente contro l’accoglienza. Gli attentati di Parigi hanno consentito di associare richiedenti asilo e minacce terroristiche, inducendo il governo francese a frenare sulla redistribuzione di quote di profughi.

A fine anno, come terzo tassello, è arrivata la messa in mora nei confronti di Italia e Grecia sulla questione dell’identificazione dei richiedenti asilo per mezzo della rilevazione delle impronte digitali, anche coercitiva. Anche su questo fronte gli attentati hanno fornito munizioni al fronte del rifiuto. Giacché la redistribuzione successiva funziona pochissimo, con lentezza e resistenze, questa pressione avrà l’effetto di riversare sui paesi di frontiera un maggiore onere in termini di accoglienza. Si torna di fatto a pretendere un’applicazione rigida degli accordi di Dublino.

Una quarta dimensione del contenimento è la ricorrente minaccia di pugno di ferro nei confronti dei passatori, i cosiddetti scafisti. Qui i governi riescono, assistiti dai maggiori mass-media, a rovesciare nella percezione dell’opinione pubblica il rapporto di causa-effetto tra asilo e trasporto delle persone in fuga. I governi fanno credere che i profughi arrivino rischiando la vita perché qualcuno li trasporta per denaro, anziché ammettere che in mancanza di altri canali chi fugge dalle guerre deve mettersi nelle mani di trasportatori illegali, anche a rischio della vita. Non potendo dire pubblicamente che non vogliono accogliere altri profughi, i governi europei dichiarano guerra agli scafisti.

Oltre alle azioni, contano anche le omissioni. La perdurante mancanza di canali umanitari per consentire ai fuggiaschi un accesso legale e protetto a paesi sicuri è destinata a pesare anche sul 2016.

Finché però le cause delle fughe non verranno estirpate, le partenze continueranno. Timidi segnali di compromesso sulla Siria e di pacificazione in Libia non bastano a far prevedere per il 2016 un orizzonte di pace e stabilizzazione. Le persone in marcia, per terra o per mare, con mezzi legali e documenti o privi degli uni e degli altri, continueranno a sfidare per necessità ogni misura di contenimento.

di Maurizio Ambrosini. Pubblicato il 22/12/2015 su ISPI