Quattro italiani senza cittadinanza su come ci si sente a non poter votare

“Da 31 anni vivo nel paese in cui sono nato, ma non posso decidere chi mi governerà.”

“Il 4 marzo si consumerà un’ingiustizia e un’opportunità mancata di partecipazione alla vita democratica del nostro Paese.” È questo che mi ha detto Paula Baudet Vivanco, del movimento Italiani Senza Cittadinanza, a proposito dei grandi esclusi dal voto alle prossime elezioni: le cosiddette seconde generazioni senza cittadinanza.

E così mi sono resa conto del privilegio—rendiamoci conto: un diritto è diventato un privilegio—che ho, di poter scegliere chi votare, rispetto ad altri italiani parcheggiati in purgatorio.

Secondo le stime del movimento, “saranno circa duecentomila, gli over 18 di quel milione di italiani senza cittadinanza (815mila gli alunni) cresciuti in Italia ma ritenuti non abbastanza maturi per esprimere il proprio parere su chi deve governare il loro paese o le regioni in cui vivono.”

Dopo che la riforma sulla cittadinanza è stata affondata a suon di notizie false e dichiarazioni che hanno contribuito a esacerbare il clima di diffidenza e odio nei confronti dei cosiddetti nuovi italiani, ho pensato di rivolgermi ad alcuni di loro, per capire come si sentono a non poter votare e cosa voterebbero se potessero.

FATIMA, 26 ANNI, NATA IN COSTA D’AVORIO

Nel mio caso, è la Costa d’Avorio a non permettermi di fare il casellario giudiziario richiesto dall’Italia ai fini della domanda per l’acquisizione della cittadinanza, che posso richiedere per motivi di residenza (e non per nascita, dato che sono nata in Costa d’Avorio).

Non vivendo più lì, giustamente, la Costa d’Avorio mi dice: “Ma tu chi sei? Non vivi qui, non hai una residenza qui, perché dovremmo avere un tuo casellario giudiziario?” Sono ormai quattro anni che mi trovo in questa situazione e, anche se mi sono sempre sentita e comportata come un qualsiasi cittadino italiano, alla fine vengo relegata allo status di immigrata—quando immigrata io non mi ci sento nemmeno.

Credo fermamente nel fatto che non ci sia mai stata una vera volontà politica nell’affrontare e portare avanti in modo concreto la riforma della cittadinanza. Abbiamo una classe dirigente che va col vento, non si prende le proprie responsabilità, e alla quale piacciono i giochi di potere nei grandi palazzi.

Il periodo delle votazioni, poi, è sempre un momento durante il quale mi viene in un certo senso ricordato che sono un fantasma. Non poter votare mi fa sentire diversa, esclusa, ripudiata. È un diritto che mi viene negato—il diritto a decidere chi mi rappresenterà, chi prenderà delle decisioni che avranno un impatto sulla mia vita.

Spero e credo di non essere l’unica a provare una forte simpatia per Potere al Popolo; in loro, quantomeno, vedo un cambiamento che parte dal basso.

FIORALBA, 27 ANNI, NATA IN ALBANIA

Sono nata nell’anno in cui in Albania cadde il comunismo e iniziò il grande esodo albanese. In Italia invece sono arrivata nel 2001, e qui ho frequentato le scuole e l’università. Eppure per il requisito del reddito non posso nemmeno fare richiesta per la cittadinanza. Tra papà artista e me studentessa fino a pochi anni fa, è ben comprensibile; una situazione comune a tante famiglie, ma non permessa a chi come me ha la colpa di essere sia studentessa che figlia di immigrati.

Non votare mi fa sentire come se non fossi ritenuta capace di intendere, di volere. E dopo decenni di promesse, dopo un anno di innumerevoli smentite, temporeggiamenti e benaltrismi, ora che si poteva partire col piede giusto, viene “dimenticata” la riforma che riguarda un milione di giovani—non so se per prudenza elettorale o altro.

Penso che a mancare siano i programmi e i valori, sostituiti dal nemico comune. Ma nemmeno la sinistra scherza, dato che ci vede spesso come dei numeri, dei colori, delle parti da integrare o usare (per la natalità, per raccogliere i pomodori, per fare le badanti,). A questa classe politica manca la lungimiranza di vedere che ogni azione di oggi ha conseguenze per il futuro di tutti, che prima o poi anche io voterò, e come me quel milione di italiani senza cittadinanza. Perché ci arriveremo tutti.

Se potessi votare, comunque, non voterei chi è stato al Senato nella scorsa legislatura e ha votato contro la riforma, o è sfuggito davanti a questa opportunità; non voterei chi ha detto: “è un diritto sacrosanto ma non è il momento giusto.”

SONNY, 31 ANNI, NATO A ROMA

Da 31 anni vivo nel paese in cui sono nato, ma non posso decidere chi mi governerà. Come vi sentireste se vi togliessero la possibilità di votare? Sicuramente vi sentireste diversi.

Da piccoli, a scuola, ci facevano studiare la storia del suffragio universale del 1945. L’insegnante ci spiegava quale importante conquista fosse stata per la democrazia, il fatto che tutti potessero votare. Quando poi ho raggiunto l’età del voto e ho scoperto che io non potevo, ho capito che in quella grande conquista per la democrazia, in quel tutti, io non c’ero.

Quindi, mi chiedo: possiamo davvero parlare di suffragio universale? Nell’ultimo anno, l’obiezione dei detrattori delle legge di riforma sulla cittadinanza era che, se approvata, avrebbe portato, nel breve termine, voti al Partito Democratico. Ma ne siamo sicuri? Siamo davvero certi che questi voti andrebbero “fisiologicamente” al PD? Ma soprattutto: pensiamo davvero che il PD non si sia mai posto questa domanda?

Io non sono vicino a nessun partito perché non so di nessun partito che sia vicino ai miei problemi, a quelli dei ragazzi nati qui e ancora senza cittadinanza, così come ai problemi di 60 milioni di italiani. Ai programmi dei vari partiti mancano sempre le stesse cose: onestà e coerenza.

La politica italiana in questi ultimi tempi somiglia più a una vecchia matassa di lana arrotolata, che ognuno cerca di srotolare tirandosela dalla sua parte, e dalla mia sgradevole posizione di non cittadino esonerato dal voto, mi astengo anche dal dare un giudizio su chi voterei se fossi italiano sulla carta. Non sarebbero comunque giudizi positivi.

ILHAM, 23 ANNI, NATA A MARRAKECH

 Il fatto di non poter votare è un handicap incolmabile, dettato da fattori che esulano dalla mia volontà e facoltà. È come sentirsi invisibili, inascoltati, ininfluenti, scevri di ogni rilevanza. È brutto.Ormai sono disillusa da questo clima politico. Laura Boldrini ha rilanciato la riforma sui social, Liberi e Uguali l’ha citata, di sfuggita pure i Radicali, ma effettivamente nessuno le sta dando rilevanza. Ma mi sembra chiaro che il tema sia passato completamente in sordina, anzi, pare che l’esorcizzazione operata dalle destre abbia funzionato a tal punto che anche la sedicente sinistra si guarda bene prima di farne proclami.

Al di là della riforma, tra le mille promesse, mille proposte, da italiana, secondo me nei programmi dei vari partiti mancano la coerenza, la correttezza, la verginità politica (siamo stufi delle stesse facce anche se pure le nuove non sono affatto rassicuranti), l’onestà intellettuale. Vedo solo calcoli, strategie, mosse. Retorica che sfocia o nel ridicolo, nella ridondanza, o peggio, nel più becero e misero populismo.

Questa campagna è uno strazio. Forse è il primo momento della mia vita in cui non desidero essere italiana, e se potessi votare preferirei non scegliere. Mi dispiace, ma è cosi.

[Questo articolo è frutto della collaborazione di VICE con GRIOTun magazine online e un collettivo di creativi, artisti e cultural producer che celebra la diversità attraverso le arti, la creatività e la cultura, e le storie a esse connesse di afrodiscendenti e altre culture in Italia e nel mondo].