Viaggio tra i ragazzi che dormono sotto un ponte a Ventimiglia

Ibhraim Kone ha 15 anni, felpa bianca con il cappuccio, jeans gialli arrotolati sulla caviglia. Quando un poliziotto francese alla stazione ferroviaria di Mentone lo spinge giù dal treno che arriva da Ventimiglia, il ragazzo originario della Costa d’Avorio lo fissa dritto negli occhi e gli dice in un francese perfetto: “Ci avete colonizzato, ci avete costretto a parlare la vostra lingua e ora come fate a cacciarci a calci?”. Kone non ha paura dell’agente, che indossa dei guanti di gomma neri e lo ha preso per un braccio, lo strattona e gli dice di mettersi a sedere sulla panchina del primo binario in questa piccola stazione ferroviaria di frontiera circondata dal profilo imponente delle Alpi marittime.

Una decina di ragazzi come Ibhraim Kone sono stati costretti a scendere dal treno, c’è anche Amidou, un altro ivoriano di 17 anni. Sono quasi tutti minorenni. Hanno provato ad attraversare la frontiera tra l’Italia e la Francia in treno, ma alla prima stazione ferroviaria dopo il valico hanno dovuto lasciare il treno, individuati dalla polizia francese che ogni volta ispeziona vagone per vagone, chiedendo solo alle persone con la pelle nera di mostrare i documenti.

Kone si siede sulla panchina, ha i capelli ricci, neri alla radice e rossicci sulle punte per degli impacchi con l’acqua ossigenata che ha fatto quando era in un centro per minori nella provincia di Agrigento. Una cicatrice gli spezza la linea del sopracciglio sinistro, ma ha ancora uno sguardo da bambino. La pelle delle dita della mano sinistra è deformata dall’acqua bollente che hanno usato i carcerieri libici quando lo hanno torturato per estorcere un riscatto alla sua famiglia.

Il gioco dell’oca italofrancese
I poliziotti francesi hanno piazzato una scrivania al primo binario della piccola stazione, ed è lì senza troppi cerimoniali che esaminano tutti i casi come quello di Ibhraim Kone. L’esito è sempre lo stesso: un “refus d’entrée”, ingresso negato. Ibhraim si alza il cappuccio della felpa bianca sulla testa e incrocia le braccia. Dopo qualche minuto viene chiamato: nome e cognome, data di nascita, paese d’origine. Tutto messo a verbale su un foglio in cui c’é scritto: “Ingresso negato”.

Quando tutti i ragazzi hanno ricevuto lo stesso foglio, vengono accompagnati nel sottopassaggio da tre poliziotti che li controllano come cani da guardia. Al secondo binario è in arrivo il regionale per Ventimiglia, Italia. Il treno sferraglia prima di fermarsi con un fischio, Ibhraim e gli altri in fila indiana salgono sul vagone scortati dalla polizia. Gli agenti aprono un corridoio tra il sottopassaggio e l’entrata del treno e i ragazzi vengono fatti salire uno alla volta. Si chiudono le porte del vagone e si torna indietro, quindici minuti e si è al punto di partenza.

Due ragazze molto giovani che sembrano delle turiste sono sedute in un’altra panchina della stazione: sono due attiviste no border britanniche. Fanno finta di leggere un libro, ma in realtà da ore controllano che la polizia francese non compia abusi contro i migranti che scendono dal treno. Cinque ong francesi – Amnesty international, Msf, Caritas, La Cimade, Médicins du monde – da mesi monitorano la situazione nella piccola stazione ferroviaria di frontiera di Mentone Garavan, a giugno hanno chiesto che il presidente della repubblica francese intervenisse per interrompere “i respingimenti illegali” di minori alla frontiera. Secondo la polizia ferroviaria delle Alpi Marittime, dal gennaio del 2017 sono stati fermati 43mila migranti nella regione e il 97 per cento di loro è stato rimandato in Italia.

“Io personalmente ho assistito 156 persone che sono state fermate alla stazione di Cannes e rimandate alla frontiera a Mentone, anche se avevano espresso la volontà di chiedere l’asilo in Francia”, spiega Martine Landry, portavoce di Amnesty international. I minorenni assistiti da Landry sono stati tutti rimandati in Italia. “Questo succede tutti i giorni da mesi”, conferma Landry. “La stato d’emergenza, approvato dopo gli attentati in Francia, autorizza che ci siano dei luoghi, chiamati points de passage frontaliers autorisé (ppa) come le strade e le stazioni, in cui la polizia può effettuare dei controlli straordinari”.

“Ma questo non significa che la legge permetta i respingimenti alla frontiera. I poliziotti dovrebbero chiedere ai migranti se vogliono presentare la domanda d’asilo in Francia, se sono minori hanno il diritto di essere presi in carico dallo stato, bisogna spiegargli i loro diritti nella loro lingua e per questo c’è bisogno di un interprete”, aggiunge Landry. Ma questo non avviene quasi mai. “Inoltre dal 2015 non è stato arrestato un solo terrorista in questi ppa, invece sono stati fermati molti richiedenti asilo”, conclude l’attivista francese che insieme alle altre associazioni sta portando questi casi in tribunale. Landry è a sua volta sotto processo, accusata di aver portato in Francia due migranti minorenni di 15 anni, che erano stati appena respinti dalla polizia di frontiera a Mentone. Rischia cinque anni di carcere e una multa di 30mila euro.

Al bar di Delia
Ibhraim e Amidou scendono alla stazione dei treni di Ventimiglia e si avviano a piedi nel piccolo bar di Delia Buonuomo per ricaricare il cellulare. A due passi dalla stazione, il bar Hobbit è un punto di riferimento per i migranti che transitano da tre anni nella cittadina ligure, “il bar dei migranti”, lo chiamano. Buonuomo, la proprietaria, è stata tra i pochi a tenere aperte le porte anche quando un’ordinanza del sindaco, Enrico Ioculano, ha vietato di distribuire i pasti ai migranti in città. Nel bar di Delia le facce sono stanche, migranti e volontari sono seduti ai tavolini davanti a una Coca-cola o a un panino pomodoro e mozzarella.

C’è chi ha provato ad attraversare la frontiera cinque volte, chi dieci, chi è stato riportato da Mentone in autobus fino all’hotspot di Taranto, in Puglia, e da lì dopo qualche giorno è ripartito per Ventimiglia come nel gioco dell’oca. Molti migranti dormono lungo il greto del fiume Roia e da quando il 9 agosto è stata chiusa la canonica della chiesa di Sant’Antonio alle Gianchette, dove erano ospitate donne e bambini, la situazione è ancora più pesante. L’inverno e le temperature rigide non sono un deterrente.

È già la seconda volta in tre giorni che Ibhraim Kone prova ad andare in Francia e viene respinto, nel frattempo ha dormito lungo l’argine del fiume. La prima volta è stato fermato a Mentone Garavan, si era nascosto nel bagno del treno. È stato preso dai poliziotti e tenuto tutta la notte in una specie di baracca vicino al valico di frontiera. “Non c’era nemmeno il bagno”, racconta. La mattina la polizia lo ha consegnato agli agenti italiani al confine. Poi Kone ha provato a riprendere il treno, ma la polizia ferroviaria l’ha riconosciuto. “Non ti fare vedere mai più”, gli hanno detto. Kone vuole arrivare a Montpellier, in Francia, dove c’è un gruppo di amici che può ospitarlo.

“Sono sicuro che in Francia potrò studiare e lavorare, il francese è la mia lingua”, dice il ragazzo. Dopo un anno in Italia, Ibhraim sa dire solo “ciao, come stai” e poche altre frasi in italiano. Nel centro per minori in cui era ospitato non c’erano corsi di italiano né una formazione professionale. “E lavoro non c’era nemmeno a pagarlo”, racconta Ibhraim, determinato a vivere dall’altra parte delle Alpi, dove spera di recuperare la sensazione di avere una lingua in cui esprimersi ed essere capito.

“Per quanto i rischi di attraversare la frontiera siano alti, i minori continuano a farlo”, spiega Daniela Zitarosa, operatrice di Intersos. “Il fatto che dormano all’addiaccio o lungo il fiume è grave, ma non può essere considerata un’emergenza, va avanti da tre anni. C’è bisogno urgente di un centro di transito per minori”, afferma l’operatrice, che prova a convincere Ibhraim Kone a rimanere in Italia, in un centro. Se vuole arrivare in Francia in maniera legale può fare ricorso contro l’espulsione subita poche ore prima nella stazione di Mentone, ma i tempi sono lunghi. Il ragazzo ivoriano diventa pensieroso, rimane zitto per una lunga mezz’ora prima di decidere di farsi accompagnare dall’operatrice di Intersos al Parco Roia, il campo della Croce rossa. Vuole prendersi tempo per pensare.

“I minori stranieri non accompagnati a Ventimiglia sono moltissimi”, racconta Zitarosa. Secondo un rapporto di Oxfam, sarebbero un terzo dei migranti in città. Gli operatori cercano di informarli sui loro diritti e sui pericoli a cui vanno incontro: “Mi siedo con loro davanti a una cartina per fargli capire dove sono e i pericoli che hanno davanti. Si sentono uomini, perché hanno fatto un viaggio lungo e pericoloso e sono sopravvissuti alla Libia e alla traversata del Mediterraneo, ma non sono degli adulti”.

“Stiamo puntando molto sui ricongiungimenti familiari che sono previsti dal regolamento di Dublino”, spiega l’operatrice di Intersos che denuncia la mancanza di una struttura protetta dedicata ai minori non accompagnati e alle donne, che sono sempre più spesso vittime di reti di trafficanti. È d’accordo anche Elena Presst, operatrice di Terre des hommes, che aggiunge: “Sono sempre più diffusi i casi di minori che sono stati ospitati dal sistema di accoglienza italiano e che sono scappati. Poi ci sono le famiglie divise, magari perché hanno fatto il viaggio in due momenti differenti, e infine ci sono molte persone rimandate in Italia a causa del regolamento di Dublino, che obbliga a presentare la domanda d’asilo nel primo paese d’ingresso in Europa”.

Il 18 dicembre sei organizzazioni – Intersos, Asgi, Safe passage, Terre des hommes, WeWorld Onlus e Diaconia Valdese – hanno scritto una lettera al prefetto di Imperia, Silvana Tizzano, esprimendo preoccupazione per la situazione dei minorenni. “La legge italiana vieta espressamente che i minori stranieri siano collocati in centri di prima accoglienza per adulti e impone l’obbligo per la pubblica autorità di collocare in luogo sicuro il minore in stato di abbandono morale o materiale o allevato in locali insalubri o pericolosi”, è scritto nella lettera.

C’è un campo di transito gestito dalla Croce rossa, il Parco Roia, in cui al momento dormono circa 400 persone, tra loro una ventina di minori, ma dista qualche chilometro dalla città e molti migranti non sanno come raggiungerlo. “Chiediamo da mesi un centro di accoglienza straordinaria per minori non accompagnati”, spiega Zitarosa. La situazione delle donne inoltre è molto delicata, perché “tra loro ci sono molte vittime di tratta”.

Molte ragazze, soprattutto del Corno d’Africa, si prostituiscono lungo il fiume anche per guadagnare i soldi necessari per attraversare la frontiera, raccontano le operatrici. Per Vera Nesci, assessore ai servizi sociali del comune di Ventimiglia, la situazione dei minori non accompagnati in città è sotto controllo perché per loro è stato attrezzato uno spazio all’interno del campo della Croce rossa e inoltre “in città c’è un centro con dieci posti per minori”.

Il passo della morte
Tutte le sere sul piazzale davanti al cimitero di Ventimiglia, sotto il cavalcavia, si riuniscono decine di persone: circa duecento dormono tra materassi e coperte di lana. Nel parcheggio alcuni ragazzi sudanesi giocano a calcio, mentre aspettano che arrivino i volontari dalla Francia a distribuire i pasti. “Nonostante la chiusura della chiesa delle Gianchette, l’ordinanza del sindaco che ha vietato ai volontari di distribuire i pasti e le pressioni, i migranti continuano a dormire per strada e lungo il fiume da tre anni”, spiega Livio Amigoni, dell’Associazione Iris che offre assistenza legale, connessione a internet e distribuzione di vestiario in un infopoint di via Tenda, una delle strade più frequentate dai migranti.

Marcel, un volontario tedesco che arriva insieme ad altri dalla Francia tutte le sere per distribuire la cena, spiega che il pasto serale è spesso l’unico per le persone accampate lungo il fiume. “Vengono distribuiti cestini con i viveri anche dentro alla stazione e sulla spiaggia”, spiega Marcel convinto che, se non ci fossero le frontiere, non ci sarebbero problemi. “Siamo europei, siamo parte di questa pazzia. Ma no borders, no problems. Questo è il punto”, afferma. “Tutti i giorni compriamo uova, frutta, verdura e legumi grazie a una rete di sessanta persone che nei paesini francesi dall’altra parte del confine continuano a raccogliere soldi per sostenere i migranti bloccati a Ventimiglia”, spiega Veronique Degas, una volontaria francese del Foyer rural del dipartimento di Var, a due ore dal confine.

A luglio del 2017, la polizia francese ha respinto in Italia una media di sessanta migranti al giorno, nei mesi precedenti la media era di cento al giorno. Questo determina da anni una situazione critica nella cittadina ligure che ha assistito al transito di almeno 60mila migranti in tre anni. I primi controlli al confine tra Italia e Francia sono stati ripristinati nel giugno del 2015, all’epoca un gruppo di migranti organizzò una protesta e si accampò sugli scogli dei Balzi rossi.

Da allora la situazione è peggiorata.”Nonostante siano state documentate le violenze della polizia francese che pattuglia i sentieri di montagna, molti continuano a provare ad attraversare la frontiera a piedi”, spiega Presst, operatrice di Terre des hommes. “Questa è una frontiera molto più permeabile di altre e i passeurs agiscono indisturbati, alla stazione ferroviaria reclutano i migranti e li accompagnano o a piedi o in macchina”, aggiunge.

di Annalisa Camilli. Pubblicato il 22 dicembre 2017 su Internazionale

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