White helmets: gli eroi siriani (testo e video)

Quando piovono bombe e ogni servizio pubblico è interrotto, c’è chi corre – rischiando ogni secondo la propria vita – ad aiutare chiunque abbia bisogno. Sono i white helmets, volontari disarmati della Difesa civile siriana il cui incessante lavoro è diventato sempre più necessario in quello che è stato definito il “più pericoloso luogo al mondo”.

A pagare l’altissimo prezzo del conflitto sono le persone comuni. In alcune zone urbane si supera la media di 50 bombe al giorno, molte delle quali sono barili arrugginiti riempiti di chiodi ed esplosivi sganciati dagli elicotteri del regime. “Per poter comprendere a fondo la devastazione (che lasciano i barili bomba, ndt), bisogna immaginare di subire terremoti di 7,6 gradi per 50 volte al giorno”, ha dichiarato Dundar Sahin, direttore dell’Akut – Institute of training and research.

Gli obiettivi maggiormente colpiti sono mercati e forni. Quando questo avviene, i caschi bianchi si buttano tra le macerie per salvare quante più persone possibili. Nella piena consapevolezza che se un’area è stata presa di mira, può essere bombardata più volte consecutive. Questi volontari hanno finora salvato oltre 40mila vite, e il numero cresce di giorno in giorno.

“I barili bomba – a volte riempiti di cloro – sono la principale causa di morte nella Siria di oggi”, ha dichiarato Raed Saleh, responsabile dei Caschi Bianchi – Difesa Civile Siriana, in una lettera al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. “I nostri volontari, totalmente disarmati, hanno salvato oltre 40mila vite ma ci sono molte persone che non siamo riusciti a raggiungere. Bambini intrappolati nelle macerie, che non siamo riusciti ad ascoltare. Per loro, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrebbe esaudire la richiesta fatta l’anno scorso di fermare i barili bomba, imponendo una no-fly-zone se necessario”.

Ibrahim è uno delle migliaia di volontari della Difesa civile siriana e vive ad Aleppo. L’anno scorso, durante il Ramadan, un elicottero del regime di Bashar al-Assad ha sganciato un barile bomba sul quartiere di Tall al-Wazz. Era notte fonda. Ibrahim si è quindi vestito di corsa ed è andato sul luogo dell’esplosione insieme al suo team. “L’uomo era intrappolato in un pertugio. Ho fatto un buco su una parete e, strisciando, sono riuscito a raggiungerlo”, ha raccontato Ibrahim.

“Ho rimosso pietre e calcinacci che impedivano il passaggio; proprio quando ero riuscito a liberare l’area intorno alla sua testa, confortandolo e dicendogli che tutto stava per finire, ho sentito un rumore terribile. Dal buco che avevo creato ho visto prima delle gambe correre freneticamente, poi fiamme intense. C’era stata un’altra esplosione. Le mura dell’edificio sono crollate su di me. Non dimenticherò mai la sensazione di essere intrappolati sotto le macerie”.

“I miei vestiti erano lacerati, il mio addome gonfiato”, ha continuato a raccontare Ibrahim. “Per tutto il mio corpo avevo una bizzarra sensazione. Sono svenuto, e quando mi sono risvegliato ho iniziato a urlare. Invano. Ho provato a rimuovere polvere e pietre con le mie dita. Ero terrorizzato, pensavo di rimanere là per sempre. Ho continuato ad adoperarmi per mezz’ora, fino a creare finalmente un piccolo spiraglio. Potevo respirare, mi sono sentito rinato.

Sebbene l’aria fosse carica di polvere da sparo, era l’aria più pura che avessi inalato nelle ultime ore. Ho perso nuovamente i sensi ma questa volta mi sono risvegliato sul letto di un ospedale. Ringrazio Dio per tutto. L’unico mio pensiero era rivolto a mia figlia. Pensavo solo a mia figlia”.

This is what a hero looks like (guarda il video)

PROMESSE INFRANTE – I barili bomba (così come altre armi indiscriminate) sono stati vietati dalla Risoluzione 2139, adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite promettendo di fare ulteriori passi in caso di violazioni. Dopo più di un anno, migliaia di altri barili bomba sono stati sganciati, uccidendo oltre 2mila bambini. Il Consiglio non si è mosso.

Quest’anno è stata adottata un’altra risoluzione, che vieta l’utilizzo di cloro come arma chimica. Ed è stato detto nuovamente che, in caso di violazione, si sarebbe proceduto secondo il Capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite (che permette l’utilizzo della forza per proteggere civili). Decine di attacchi chimici dopo, il Consiglio di Sicurezza è rimasto nella sua inadempienza.

DISARMATI E INERMI – I volontari salvano persone di ogni fronte del conflitto, rispondendo soltanto ai principi di “umanità, solidarietà e imparzialità”, come sottolineato dall’International Civil Defence Organisation. I caschi bianchi hanno a che fare principalmente con le conseguenze dei raid aerei del regime, rischiando però la propria vita persino per recuperare i corpi dei soldati lealisti, tra il fuoco incrociato dei cecchini, per dare loro una degna sepoltura.

Fornai, sarti, ingegneri, farmacisti, imbianchini, falegnami, studenti; i caschi bianchi provengono da ogni background sociale. Molti di loro hanno pagato il prezzo per la loro empatia, sono infatti 92 i volontari uccisi nelle azioni di recupero.

Oltre a salvare vite, i caschi bianchi offrono servizi pubblici a quasi 7 milioni di persone. Riconnettendo cavi elettrici, educando i bambini alla sicurezza e rendendo agibili gli edifici. Sono la più grande organizzazione civile che opera fuori dalle aree controllate dal regime, e le loro azioni danno speranza a milioni di persone.

Ahmed, un altro volontario di Aleppo, racconta la storia dietro la foto che abbiamo deciso di mettere in copertina. “Dopo un bombardamento nel quartiere di al-Shaar, abbiamo lavorato tutta la notte per salvare le persone coinvolte. Abbiamo recuperato un bambino di una famiglia, ma mancavano all’appello gli altri due figli”.

Ahmed e il suo team hanno lavorato dalle 9 e mezza di sera fino alle 2 di notte. “Eravamo esausti, perciò un’altra squadra ci ha sostituiti fino alle 7 di mattina. Quando eravamo pronti per iniziare di nuovo,  l’aviazione del regime ci ha puntati, sparando un missile che ha colpito la strada accanto. Grazie a Dio nessuno è morto nell’attacco, ma due persone sono rimaste ferite. Avevamo paura che il regime sganciasse altre bombe, come fa ogni volta che arrivano i soccorsi. La foto è stata scattata proprio nel momento in cui abbiamo evacuato la zona per evitare vittime. Quando quel ragazzino si è attaccato al collo in quel modo ho capito perché sono parte dei caschi bianchi”. 

LE DONNE CHE SALVANO LA SIRIA DALLE BOMBE – Tra i tanti volontari spiccano due unità, costituite nell’ottobre dello scorso anno, formate interamente da donne. Queste 56 donne sono addestrate per fornire assistenza medica e per effettuare azioni di salvataggio, rispondendo ai barili bomba e ai colpi di mortaio scavando con le mani nude per cercare sopravvissuti da salvare.

In alcuni casi rappresentano l’unica speranza per altre donne intrappolate nelle macerie. La loro dedizione ha spinto centinaia di persone nel mondo, dal Perù al Pakistan, a donare oltre 100 mila dollari per l’acquisto di sei ambulanze, indispensabili per le loro missioni di salvataggio.

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Pubblicato il 13 dicembre 2015 su Frontiere News